La pietra e il silicio

Rinunciando alla figurazione e costringendoci a un esercizio di sguardo mentale, tutto interiore, Marco De Luca ci dona la visione.
Arcano
Marco De Luca, Arcano, 2019

opere di Marco De Luca a cura di Giovanni Gardini

Trasfigurazioni

«La bellezza è un indugiante, un ritardatario

Bello non è l’istantaneo splendore, 

bensì un silenzioso riverbero»[1]

Byung-Chul Han

La pietra e il silicio. Le infinite tonalità della terra e le preziose possibilità del vetro. L’immagine interiore, raffinato esercizio mentale, e la sapienza delle mani, il gesto antico di allettare le tessere. 

Sono queste, verrebbe da dire, le premesse necessarie per entrare nella poetica di Marco De Luca, un artista che ha scelto incondizionatamente il mestiere del mosaico e da esso si è lasciato plasmare. Egli, che deliberatamente ha abbandonato la pittura per il mosaico, è consapevole che «la difficoltà e la severità del mestiere di mosaicista gli impone una disciplina che il libero pittore ha perso di vista» e che «in questo mestiere, al servizio di un’arte sublime, – così scriveva Gino Severini nell’Introduzione alle Lezioni sul mosaico – non si raggiunge la poesia con la sorpresa, la violenza o il caso»[2]. Soprattutto, De Luca si è lasciato sorprendere dalla domanda decisiva alla quale gli artisti non possono rifuggire, pena la disperazione, ossia la grande questione relativa alla visione del mondo; ed era proprio su questa faccenda, così seria e vitale, che Severini costruiva le sue lezioni parigine, facendo presagire, a chi le seguiva, che ben prima e ben oltre la tecnica o qualsiasi altra necessità, c’era innanzitutto una domanda che non poteva essere elusa: «Vi si deve certo insegnare a tagliare gli smalti e le pietre e a disporli sulla calce, ma su che forma li disporrete, quale visione del mondo esprimerete? La storia vi aiuterà a risolvere questi problemi essenziali»[3]. Attraverso le sue opere De Luca pare rispondere a quello che potremmo definire uno dei temi cruciali dell’arte – e perché no, della vita! – offrendo la visione di un mondo trasfigurato

Rinunciando alla figurazione e costringendoci a un esercizio di sguardo mentale, tutto interiore, paradossalmente De Luca ci dona la visione. Il rumore della pioggia si solidifica, la poesia diviene solenne architettura, ed ecco Ascolta. Piove; gli ossi di seppia, nelle loro morbide e pure linee, divengono La Sposa; i verdi, così eccessivamente esuberanti, rimandano a luoghi ultraterreni quali Il giardino dell’Eden o L’albero della vita; una spiga di grano diviene un’enorme e al tempo stesso esile Stele; i Cipressi assurgono a emblema dell’incontro/scontro tra le tenebre e la luce, tra La notte e il dìMedioevoLa città che non c’è e Sedimentazioni sono montagne rocciose, città massicce dalle alte mura, fortezze inespugnabili; file di bianche tessere su ampi pannelli, leggerissimi allo sguardo, ricevono il nome di Sudari. Lì paiono darsi convegno la morte e la vita; Dissolvenze ha tutti i colori della terra e della corteccia che si sfalda e di essa vorrebbe avere il profumo resinoso. 

Se il punto di partenza, dunque, è la realtà, l’arrivo è la visione. «La storia vi aiuterà», scriveva Severini e questa storia per De Luca è il tempo paziente e quotidiano ormai da decenni consacrato al mosaico; ma attenzione, il tempo non è esclusivamente una questione relativa alla tecnica. Certo, il mosaico esige lentezza e pause; chi lo frequenta, bene conosce le sue regole: tagliare e scegliere le tessere è una lunga liturgia e la malta esige lo spazio dell’attesa, contro ogni frenesia. Il mosaico non è azione scomposta, ma gesto attento e misurato. Eppure il tempo per De Luca, e per tutti coloro che prendono sul serio l’arte musiva, è ben altro: è misura della vita, tanto che egli arriva ad affermare che il regalo più grande che gli ha donato il mosaico è stato il suo tempo, un tempo che vede la coniugazione tra sentimento e intelletto. Innanzitutto il mosaico è questione del cuore e della mente, l’esecuzione è solo l’atto finale, dove il gioco sta nella pittoricità dell’assemblaggio dei materiali, delle tessere. «Fare un mosaico è come scrivere. Dall’alto verso il basso, da sinistra verso destra», ha dichiarato un giorno a chi gli chiedeva da dove iniziasse le sue opere, un’affermazione che, oltre a ribadire la spontaneità di un gesto, mette chiaramente in luce la natura intellettuale di un lavoro che innanzitutto è mentale e solo successivamente viene affidato alla materia, alle mani. 

Forse è grazie a questa altissima intuizione nella quale si afferma il primato del pensiero, all’origine di qualsiasi gesto artistico, che in Arcano il concetto di mosaico è portato all’estremo; anche il supporto, la cartapesta, è quanto mai insolito, seppure non inedito nella produzione di De Luca. Una fascia d’oro emerge dal fondo scuro, in un sorprendente equilibrio, come se la luce così preziosa avesse deciso di radunarsi tutta lì, in quella porzione di notte, quasi un rifugio dalla pioggia torrenziale di tessere che invade tutto lo spazio, colorate gocce sul grigio asfalto; e dietro ad esse s’intravvedono le parole, tessere anch’esse, frantumate e ricomposte, a creare un inusuale mosaico. In quest’opera si rende più che mai evidente come il lavoro di De Luca rifugga la levigatezza, quella levigatezza che «è il segno distintivo del nostro tempo»[4], scrive Byung-Chul Han evidenziando così la fragilità dell’arte contemporanea, spesso incapace di provocare un urto e di scuotere chi la contempla[5].

Di un candore abbacinante rifulge La sposa, statuaria e austera, grembo luminoso nel quale risplende la vita. Tessere di vetro, scintillanti lame di luce, ne solcano delicatamente la superficie mitigando il rigore della pietra, gioielli tanto inattesi quanto desiderati. Radicata nella terra – anzi, nel mare dal quale trae origine la sua forma elegante e sinuosa – punta dritta al cielo e delle nuvole custodisce la leggerezza. È una mandorla di luce La sposa i cui raggi, rigide linee appena percettibili, solcano dolcemente la pietra. Guarda alla natura De Luca e ad essa incessantemente s’ispira, talvolta imitandone le forme, più spesso indagandone la profonda essenza e se ne La sposa gli ossi di seppia assurgono a modello di un’opera intensa e maestosa, fin da subito è evidente come egli, pur partendo dall’imitazione della creazione, mette in scena una sua profonda trasformazione. È, infatti, una realtà trasfigurata quella che De Luca restituisce attraverso le sue opere, parole poetiche dette attraverso la solidità della pietra e il brillio degli smalti. 

Pare di udirlo il rumore del mare in Senza titolo, un’opera che profuma di salsedine e che prende vita dalle profondità delle acque. Tessere di conchiglie, lo scarto delle onde, sono la materia preziosa su cui lavorare. Sedimentazioni di microorganismi, frammenti opachi o madreperlacei, vuoti gusci, si accordano in un’armonia perfetta, dalle tonalità delicate – quelle della natura – mai artefatte. Il mosaico è questione seria, disciplina esigente, un «mestiere severo», scriveva Severini e di tutto questo De Luca ne è profondamente conscio[6]. Per questo è onesto. Con la materia innanzitutto. Egli sa bene che essa va dominata, soggiogata al pensiero e alle esigenze dell’arte, come è chiaramente consapevole – ed è questo che lo rende umile – del suo compito di artista. Se così non fosse, non accetterebbe che il suo progetto venisse dominato dalle forme della natura e dai limiti che essa necessariamente impone. Ogni opera d’arte è dunque un ricercato gioco di equilibri tra l’immaginato e il reale, tra le istanze tecniche e i valori pittorici. Le conchiglie, ad esempio, sono indomabili. Con fatica si lasciano ridurre alla forma desiderata, fragilissime non resistono al taglio, ed è per questo che in Senza titolo egli, ad un certo punto, accetta la loro misurata eleganza e intatte nella forma, quasi le immaginasse adagiate su un fondale marino, le alletta delicatamente sulla malta. 

Sole e luna gioiscono entrambi della gloria della luce, altro non saprebbero fare. Un trionfo di tessere dorate – ma anche rosse, arancioni, rosa! – sono unite ad evocare lo splendore dell’astro più luminoso e tessere argentate – sapientemente combinate a quelle azzurre, indaco o madreperla – suggeriscono la dolcezza profumata della notte. E poi la malta, non solo tenace custode delle tessere, bensì parte integrante delle opere; talvolta è incisa o graffiata, altre volte dipinta. In Sole e luna è linea d’orizzonte, porzione di scuro cielo. 

È un campo di grano maturo L’origine, distesa generosa e feconda. Dalla terra – solida trama umida e grumosa – germogliano intricati intrecci dalle innumerevoli e rassicuranti cromie. Coloro che vorranno a lungo osservare questo mosaico, vedranno quell’agglomerato terroso, a tratti indistinto e segnato dalla «discontinuità del materiale», ricomporsi allo sguardo in una visione unitaria, miracolosamente armoniosa, e saranno rassicurati dalla presenza delle tessere, pietre vibranti e tenaci. È l’esperienza più evidente del mosaico che, nella frammentarietà, invoca l’unità; nell’arte del mosaico «il movimento, dunque, è duplice: ogni elemento è distinto in se stesso, ma riceve senso in quanto parte di una totalità», annota Henri Lavagne[7]. Ed è in questa totalità che hanno valore quelle linee così decise, eppure così sapientemente nascoste, che ondeggiano al vento quasi fossero spighe e le tessere dai colori pastello che suggeriscono vasti orizzonti; e poi, quelle oro, che bucano il cielo, limpide stelle. Tutto questo lo può assaporare solo chi accetta di sostare, fiducioso e paziente, davanti all’opera perché il mosaico è un’arte che rifugge gli sguardi superficiali e ad essi, volutamente, si nega, si vela: «Il bello è un nascondiglio. Per la bellezza il nascondimento è essenziale. La trasparenza non si accorda con la bellezza», ricorda Byung-Chul Han a proposito dell’Estetica del velamento[8].

Il giardino dell’Eden risplende nelle innumerevoli gradazioni del verde, un prato nel quale vibrano tocchi d’azzurro, di rosa, di violetto e di rosso perché siamo a primavera, il tempo in cui la natura tutta fiorisce. Le tessere d’oro, gocce di paradiso, paiono prese direttamente dal cielo e «l’oro non brilla come uno specchio, vuotando la superficie, ma riempie tale superficie mentre la arricchisce»[9]. E poi, di nuovo, la malta. Se essa nelle opere di De Luca ha un suo preciso valore, in questo trittico pare affermarsi in tutta la sua stringente bellezza, imponendosi come materia autonoma, libera da qualsiasi funzionalità rispetto alla tessera; la malta, dunque, è compresa non solo come assenza di pietre o di smalti, ma è scelta pienamente consapevole. Ampie campiture di malta colorata – silenziose radure – diventano pause nelle quali riposare lo sguardo abbacinato da tanto splendore, spazi nei quali il gesto pittorico prende il sopravvento e il pennello può scorrere liberamente, perché ormai è risolta – o perlomeno per De Luca certamente lo è – la secolare diatriba fra pittura e mosaico. Ne Il giardino dell’Eden De Luca cita consapevolmente, rileggendolo in chiave evidentemente contemporanea, il catino absidale di Sant’Apollinare in Classe, monumento di risurrezione, dove si celebra la memoria del Santo antiocheno che di rosso ha imporporato la terra. Se egli guarda all’antico, non è certamente per nostalgia o rivalsa, ma perché non potrebbe essere diversamente per chi ha appreso la disciplina del mosaico avendo avuto come maestri coloro che hanno amorevolmente carezzato la ruvida pelle dei mosaici bizantini. 

Le opere di Marco De Luca, dunque, sono radicate nella tradizione e se Henri Lavagne scriveva che «un mosaico eseguito oggi su un cartone di Matisse è, fondamentalmente, l’erede di quelli realizzati dagli artigiani dell’Impero romano»[10], tutto questo noi lo potremmo parafrasare dicendo che un mosaico di De Luca, libero – finalmente! – dal giogo del cartone, è l’erede di quelli che risplendono nelle Basiliche ravennati, perché egli è rimasto profondamente fedele al sentire dei bizantini

Giovanni Gardini


[1] Byung-Chul Han, La salvezza del bello, Nottetempo, Milano 2019, p. 92. 

[2] G. Severini, Lezioni sul mosaico, Longo Editore, Ravenna 1988, p. 22. 

[3] Ivi, p. 23.

[4] B.-C. Han, op. cit., p. 9.

[5] Ivi, p. 15. 

[6] G. Severini, op. cit., pp. 22; 27.

[7] H. Lavagne, Il mosaico attraverso i secoli, Longo Editore, Ravenna 2009, p. 12. 

[8] B.-C. Han, op. cit., p. 39.

[9] G. Severini, op. cit., p., p. 55.

[10] H. Lavagne, op. cit., p., p. 9. 

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