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Sussurri

Silenziosissime, le opere di Maurizio Rogai, custodiscono la nostalgia del vento che accarezza l’erba nei prati e il profumo intenso del fieno maturo.

Silenziosissime, le opere di Maurizio Rogai, custodiscono la nostalgia del vento che accarezza l’erba nei prati e il profumo intenso del fieno maturo. Delicati paesaggi dell’anima, i suoi quadri accolgono le emozioni di un mondo antico, colmo della pienezza di intere generazioni vissute a contatto con la vita dei campi. Si riempiono di ricordi i quadri di Rogai, essi sono visioni, vibranti e improvvise, di un passato che affiora alla mente, evocato dall’odore della terra, da un raggio di sole che squarcia la cortina del cielo o dal canto della pioggia che, lieve, scende sul grano. Nascono dalla parola le pitture di Rogai, da un’irrinunciabile esigenza poetica che limpida sgorga e, commossa, cattura la bellezza di un attimo fugace. Sono scrittura i suoi quadri, sempre traggono ispirazione dalla poesia e dalle infinite sfumature delle parole e dei sentimenti: Nidi come foglie al ventoL’ombra della tua voce ai margini dei campiVento d’autunno respiri in solitudine sono versi affidati innanzitutto alla penna, prima che al pennello; ai colori, dunque, il compito di restituire la potenza della parola e tutta la freschezza di un istante. 

Parlano della terra e del cielo le opere di Rogai, in esse la vitalità della natura è continuamente richiamata e amorevolmente cercata: più volte, infatti, la scrittura invoca il vento e l’erba, i campi e le nuvole. Il vento è un sussurro che scompiglia i sogni e le nuvole, porta le voci di chi popolava la campagna e gli odori caldi dell’infanzia. L’erba è quella delle colline e dei prati sui quali sostare a piedi nudi per sentirne tutta l’energia, mentre nei campi pare ancora di udirlo il suono sordo dell’aratro. 

Rogai consegna a colori tenui e impalpabili i suoi ricordi, la materia si stratifica al pari del tempo e della terra. La cenere s’impasta con i pigmenti perché la pittura è fuoco che purifica, la materia diventa colore. Fragili fili d’erba formano nidi accoglienti, delicate sculture nelle quali rifugiarsi quando scende la notte. Lamine di ferro, che la ruggine ha reso fragili, sono le grate di un confessionale attraverso le quali entrare nel segreto dialogo della natura. Paiono vecchi intonaci queste sue opere, muri di case ormai solitarie che il vento e l’acqua hanno inesorabilmente scavato; eppure, per chi le sa osservare, affiorano leggere trame, immaginifiche figure. 

L’albero delle preghiere è un tronco arido, statuario, immerso nell’azzurro denso di una mattina d’estate, sul quale si agitano e vorticano miriadi di farfalle, frammentari pensieri colmi di desiderio, immersi nel cielo. 

Gli alveari, ampie forme che il pennello ha ritagliato, sono presenze mute, sfiorate dal vento: Il vento è ancora qui su questi alveari di vita e cerca un dialogo sincero e fecondo con la memoria. Alveare di vento, di testa, di sangue, di terra scriverà Rogai su un altro quadro dai pastosi colori. Gli alveari sono nuvole, oppure nidi, grembo di madre. Nidi come foglie al vento, annoterà ai margini di un dipinto, perché la vita è tremendamente fragile. 

Nelle opere di Rogai la luna è un segno che spesso ritorna, è una mandorla di luce, una ferita, oppure una freccia o uno squarcio luminoso nel buio della notte. In Altre pagine rubate alla notte, altre lune appese sul viso o ne Il vento nelle stie e nelle carezze d’erba questo segno cosmico, universale, si ripete più volte quasi a scandire il tempo, perfetto nel ritmo perché così deve essere la pittura. 

Sono piene di fili le pitture di Rogai, siano essi appena accennati, oppure incisi. Altre volte sono erba strappata dai campi, da impastare con i colori. I fili sono la memoria che, benevolmente, unisce gli uomini, essi sono un esercizio di consapevolezza, indicano la volontà tenace a non disperdere i richiami del passato: Le siepi della memoria profumano di vento e stelle e tu, parli ancora con i fili d’erba?

Giovanni Gardini

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