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Incroci sull’arte

Otto giovani artisti, quattro coreani e quattro italiani, sono stati invitati a esporre insieme nello straordinario contesto del Museo Nazionale di Ravenna.

Otto giovani artisti, quattro coreani e quattro italiani, sono stati invitati a esporre insieme nello straordinario contesto del Museo Nazionale di Ravenna. Italy-Korea, Art & Culture – Acknowledging the Differences, è un titolo che volge lo sguardo sulla molteplicità d’intenti e sull’universalità che l’arte, necessariamente, porta con sè. 

Nella sua delicatissima pittura, morbida come una seta preziosa, Yusun Jung mette in scena meravigliosi e inediti giardini fioriti. Grovigli di fiori, sinuosi nelle forme e leggeri alla vista, risplendono nelle notti profumate di stelle, avvolti da un sottile e dolce silenzio. Sono effimeri e sorprendenti i fiori di Yusun Jung, improvvisi come un’esplosione di fuochi d’artificio nell’oscurità intensa dell’estate. Paiono portare con sé il destino degli uomini, nella loro esuberante e fragile bellezza s’intrecciano la vita e la morte. In Moments l’artista accosta i fiori più diversi per esaltarne, di ciascuno, lo splendore. Sgargianti sono i colori di questi fiori luminosi che brillano di luce propria e pare di sentirne persino il profumo. Uno sguardo amoroso indugia su ogni petalo, su ciascuna foglia, sugli steli per assaporarne il più piccolo dettaglio. In questa sapiente composizione l’artista racconta la magnificenza di un giardino paradisiaco guardato con occhi vivaci e attenti, desiderosi di carpire ogni cromia, ogni sfumatura – anche la più lieve – prima che tanta sovrabbondanza svanisca.

Yusun Jung, Moments_Details 1
foglia d’argento e pigmenti minerali su carta coreana – silver leaf and color stone powder on korean paper 72,7x53cm, 2018

Raccontano l’amore le opere di Jun Young Kang, delle scelte necessarie che l’uomo è chiamato a compiere perché esso non finisca o dell’ascolto che esso esige. In The first duty of love is to listen  e in When our chosen story becomes love, opere nelle quali il tema dell’amore è centrale, emerge una pittura ricca di segni grafici nella quale parole e immagini si fondono e confondono, le une mai senza le altre. In queste opere la gamma cromatica è ristretta a pochi colori: su uno sfondo bianco o grigio emergono il nero e l’oro, la pura luce e la notte. A sagome più stilizzate e geometriche – generalmente triangoli e cerchi – si accostano forme più indefinite e morbide. Accennata nelle sue forme archetipiche è l’immagine della casa, intesa come luogo degli affetti. Eppure, essa non appare mai compiuta, ma sempre in divenire, disabitata; a rigide facciate nere si contrappongono spazi aperti o indefiniti, quasi in costruzione, spazi sospesi e onirici.

Jun Young Kang, The First Duty of love is to Listen. OXO and XOX Series
ceramica smaltata – glazed ceramic 30x30x30cm, 2018

Pare di udirlo appena, nelle opere di Bo Mi Kim, il soffio di un vento leggero che, delicato, s’insinua tra le fronde di alti e sottili pini. Nelle sue pitture, silenziosi e rarefatti alberi emergono dalla bruma, indicibilmente sfuggenti, volutamente confusi, deliberatamente difettosi nella messa a fuoco. L’occhio vorrebbe fissarne la bellezza, ma invano. Struggenti di malinconia appaiono questi paesaggi solitari nei quali l’uomo è totalmente assente o forse, con gli occhi puntati al cielo, è in ascolto di questa natura tenace. Sono calligrafie sognanti queste foreste odorose d’intensa resina, in esse sarebbe bello perdersi e scoprire le grandi storie che gli alberi portano con sé. L’artista, che guarda e rilegge una tradizione pittorica antica, da anni riflette sugli alberi quali soggetti privilegiati della sua ricerca poetica. Se prima ne scrutava le rigide cortecce, ora i pini non sono più ancorati alla terra. Sinuosi e altissimi, ombre intense e scure, essi si sono fatti più fragili, più spirituali. Talvolta, paiono addirittura fluttuare nel cielo.

Bo Mi Kim Listen forest 2018_2, 3
inchiostro su carta coreana – ink on korean paper 153x144cm (75x144 ognuno), 2018
Bo Mi Kim, Listen forest 2018_2, 3
inchiostro su carta coreana – ink on korean paper 153x144cm (75×144 ognuno), 2018

Nascono da un intrico di lettere le opere di Dae Chul Lee e, a un primo sguardo, parrebbe di perdersi in questi labirinti della parola. I suoi lavori sembrano codici cifrati, enigmi indistricabili, antichi monogrammi nei quali le lettere dell’alfabeto fanno bella mostra di sé, senza tuttavia arrivare a essere parola, suono o voce. In realtà, dietro a questi giochi di lettere, talvolta sorprendentemente colorati altre volte affidati al rigore del bianco e del nero, si nascondono emozioni profonde, riflessioni sull’esistenza. Nell’incrocio o nella disposizione apparentemente casuale si celano racconti intensi; se ricollegate tra loro queste lettere formano parole di senso compiuto o addirittura intere frasi nelle quali l’artista dà voce al proprio sentire.

Dae Chul Lee, Scratch Documentary #1-(There’s nothing I want to say)
graffi su PVC – scratch on PVC 60x90cm, 2018

Impalpabile e indicibilmente silenzioso appare, quasi fosse un’epifania, il lavoro di Ettore FraniIl velo del mondo – delicatissimo incanto di nascondimenti – offre allo sguardo un paesaggio surreale, onirico, avvolto da una nube della non conoscenza, una nube d’oblio, nella quale è bello perdersi/ritrovarsi. È l’immagine «di due cieli che si compenetrano», racconta l’artista. Non si tratta di un cielo riflesso, di un cielo specchiato, ma della «congiunzione irreale di due cieli distinti». Pare non bastare più un unico cielo, talmente arida e assetata è la terra. Sono un sussurro lieve le nuvole,  e il loro incessante mutamento offre squarci di luce sempre nuovi. In perenne evoluzione, le nubi dei cieli si fronteggiano come fosca caligine o densa atmosfera oppure inebriante armonia. Nella congiunzione dei cieli, l’orizzonte è saldo, talvolta offuscato da intense nebbie o vaporose trame, altre volte nitido emerge tra i vapori, inaspettato e inatteso. Rimane lì, come una lama di luce o una materia scura, informe anch’essa, al pari delle nubi, eppure saldissima. Sono dunque una meditazione queste opere di Frani sul permanere della vita e sulla sua fragilità, su «ciò che perennemente muta e ciò che invece stabilmente resta» e sulla compenetrazione tra ciò che sempre si rinnova e ciò che è eterno. Sono mari, questi cieli, fecondità di acqua, respiro profondo. Lì sono le attese degli uomini che, liberi, volano come uccelli e guizzano come pesci.

Ettore Frani, Il velo del mondo (polittico) 2017 | ph.Paola Feraiorni

Pretendono il silenzio le opere di Luca Freschi, quello stesso silenzio denso di stupore di chi ammira un evento straordinario o quello attonito e sordo di chi ha appena assistito a un’enorme tragedia. Sono apparentemente lievi e spensierate le sue opere, ma non si lasci ingannare lo spettatore dai colori sgargianti e lucidi, dai richiami pop o dalle citazioni dell’antico. Freschi, che della stratificazione ha fatto la sua cifra stilistica ben consapevole che ogni oggetto custodisce memorie ed emozioni, lavora sul tempo della vita e se le sue opere appaiono delicate e innocue, innocentemente armoniose, è perché egli sceglie gli oggetti con la stessa amorevole cura con cui un poeta assaggia e assapora le parole. Sono una litania le opere di Freschi, lavori nei quali non solo la stratificazione, ma anche la ripetizione compulsiva degli stessi oggetti assume valore. Che la ripetizione sia portata all’esasperazione non solo è dato dal fatto che ci sono elementi più volte ricorrenti – il corvo, le forbici, la banana o una lattina annerita, le corna di un cervo o le ali, i giochi di un bambino – ma dalla volontà che questi oggetti non siano mai dati in originale, ma attraverso il calco che di essi è stato realizzato. Freschi lavora sul tempo delle cose e poco importa se esse siano intere o sconnesse perché anche nel frammento, inteso come possibilità o necessità della vita, si può avere la perfezione. Anche lo scarto ha valore, reclama dignità. In Four Years e in Si enim fallor sum la riflessione sull’uomo – verrebbe da pensare che per Freschi questo è un tema centrale – è data proprio attraverso la sua assenza. Ciò che rimane dell’uomo o della natura è lì, gettato a terra, come sospeso, fermo in quell’istante che precede il necessario disfacimento. Se in queste due opere i frammenti sono come esplosi, distanti gli uni dagli altri, in Bird e in W. B., composizioni che custodiscono la malinconia delle antiche vanitas, i resti sembrano quasi ricomporsi, attratti dai corvi, improbabili calamite. Tragico è Il compianto degli amanti, le ali e i fiori sono recisi, eppure se nella poetica dell’artista affiora, inesorabile, la morte è proprio perché più potente di essa pulsa la passione per la vita.

Luca Freschi, San Giovannino, terracotta ceramica dipinta, objet trouvé e campana di vetro – cm 35x42x35, 2018

Procede per grandi campiture la pittura di Federica Giulianini e il colore, delicato e armonioso, a tratti opalescente, invade generoso la tela. Grandi rocce, maestosi massi erratici dalle tinte pastello, riempiono e creano spazi surreali; talvolta, s’intravvedono delle geometrie – quasi la necessità imprescindibile di un ordine – altre volte una linea fragile di colore, un lento movimento frastagliato, suggerisce timidamente dei confini. Basta un semplice segno e si staglia all’orizzonte una montagna, in una colata di colore è custodito il segreto degli alberi. S’intuisce un gesto leggero, ma al tempo stesso deciso, nel momento in cui il pennello incontra la tela. Si possono immaginare i paesaggi più diversi nelle opere della Giulianini, forme primordiali che permettono allo spettatore di vagare liberamente con la fantasia verso immaginifici universi: potrebbe essere una montagna innevata oppure un iceberg quella grande massa bianca che emerge sullo sfondo, potrebbe essere un fiume quella distesa di colore oppure un lago ghiacciato. La profondità è annullata in questi paesaggi lunari, scarni, essenziali nei quali tutto appare sospeso e immobile. I pochi alberi sono spettri di palme irrigidite, i cespugli sono colature di pennelli. Rare figure umane o di animali fluttuano nello spazio, ciascuna chiusa nella sua solitudine. Si percepisce un’inesorabile distanza fra l’uomo e la natura. Sono ombre fugaci queste silenziosissime forme, alle quali il colore è timidamente sottratto in favore delle infinite possibilità del nero. In Eclissi permane l’enigmatica figura di un uomo, immerso nei suoi pensieri, una forma senza tempo, perché il tempo, nelle opere della Giulianini, è certamente sospeso. Eternamente sospeso.

Federica Giulianini, Eclissi
tecnica mista su tela – mixed technique on canvas 100x100cm, 2017

All’interno di luminose campane di vetro – The Bell Jar è il titolo dell’installazione, un omaggio riconoscente a Sylvia Plath – Sara Vasini ripone piccoli oggetti, semplici giochi della sua infanzia che negli anni ha gelosamente custodito e che ora ha giocosamente, con la serietà che solo i bambini attribuiscono al gioco, trasformato attraverso l’opera del mosaico. All’interno di queste fragili campane rivive, dunque, un universo personale di emozioni. Lì risuona la storia di una bambina che giocava con le bambole e cucinava prelibate vivande in una piccola cucina rosa, con una piccola pentola rosa. Racchiusa in questi gusci trasparenti riecheggia la storia di una bambina che apparecchiava la tavola con le tazzine, con la brocca e i piattini, tutti rigorosamente rosa. Rosa, ovviamente, è anche il trenino, con il quale partire per viaggi lontani. In questi microcosmi della memoria Sara Vasini, che dell’infanzia ha mantenuto immutato lo stupore e la sincerità, racconta molto di sé, della sua poetica, della sua passione smisurata per il mosaico: «Nella vita puoi avere solo una passione, perché devi dedicarti a lei, totalmente», le aveva confidato un giorno Ines Morigi Berti che al mosaico aveva dedicato la vita. Per la Vasini il mosaico, evidentemente, non è tanto una tecnica, perché di esso, e attraverso esso, l’artista ricerca il senso della vita. Le superfici non vanno rivestite bensì è necessario attraverso il mosaico, inteso come espressione di sè, colmare i vuoti – «serrare il vuoto» – sanare le solitudini, riempire i crateri, siano essi le cavità di piccole tazze, di un minuscolo coperchio, di una cucina da bambina o quelli dell’anima. L’omaggio alla Plath, dunque, tocca da vicino la poetica dell’artista, che della solitudine intuisce la bellezza e il dramma. «Il gioco delle bambole, è un gioco solitario», racconta Sara Vasini, come solitario è il gioco del mosaico. Solitarie e struggenti sono anche le conchiglie musive – relitti raccolti sul bagnasciuga – eppure in ciascuna di esse, se accostate l’orecchio, è possibile sentire l’immensità del mare.

Sara Vasini, The Bell Jar
materiale organogeno in oggetti già fatti – organogenic material on objects already made
dimensioni variabili, 2018 | Ph. Federico Pollini

Giovanni Gardini

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