Per una cultura di pace

Dopo circa due minuti e forse meno, uno scoppio enorme fu udito da tutta la città: una bomba era caduta sul culmine della facciata a sinistra della Basilica di S. Apollinare Nuovo.
Bombardamenti a Sant'Apollinare Nuovo
Bombardamenti a Sant'Apollinare Nuovo

12 febbraio 1916 – 12 febbraio 2016

A cento anni dai bombardamenti di Sant’Apollinare Nuovo

Tutto accadde in un attimo, quel sabato 12 gennaio di cento anni fa, tra le 14, 45 – a quell’ora il primo suono della campana della pubblica torre che avvisava, in ritardo, dei bombardamenti imminenti – e  le 15, 25 quando, nuovamente, il campanone – così scriveva Santi Muratori a Corrado Ricci – dava il segnale del cessato pericolo e lasciava sgomenta la città di Ravenna a piangere i suoi morti e a guardare con occhi attoniti i monumenti feriti, primo fra tutti la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, sulla quale si abbatté la prima bomba sganciata[i]. «Nel frattempo – annota Muratori – il Comando Marittimo aveva telefonicamente informato le Autorità di Ravenna della presenza degli aeroplani nemici. Fu subito dato ordine che la campana della torre pubblica sonasse l’allarme; ma quando echeggiarono i primi rintocchi i velivoli erano già sul cielo della città. Erano le 14:45 precise. Prima che il campanone facesse udire la sua voce, alcuni cittadini avevano di già avvertito il caratteristico rombo delle eliche, e qualche altro aveva scorto nell’azzurro del cielo le terribili navi aeree. La più gran parte della popolazione ai primi tocchi della campana credette si trattasse di una segnalazione d’incendio; ma ben presto apprese la verità. Dopo circa due minuti e forse meno, uno scoppio enorme fu udito da tutta la città: una bomba era caduta sul culmine della facciata a sinistra della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Le case vicine tremarono, molte abitazioni del Corso Garibaldi e delle strade vicine ebbero i vetri delle finestre e delle bussole infranti, le gelosie fracassate, le porte divelte e spezzate. Però non vi furono vittime»[ii]. Il bombardamento austriaco che colpì Ravenna, trovò la città impreparata, in questo che fu il primo attacco nemico di tale ferocia. Scrive Enrico Baldini: «sei idrovolanti austriaci Löhner attaccarono Ravenna. Provenivano da Pola (distante solo 60 miglia) e arrivarono verso le tre del pomeriggio. Prima di giungere sulla città, bombardarono installazioni portuali e naviglio militare a Porto Corsini, senza provocare danni. Uno dei velivoli, che aveva perso la rotta, finì sopra Cervia (…). Gli altri cinque risalirono il Candiano, e giunti sull’abitato, sganciarono bombe esplodenti ed incendiarie, di piccolo e medio calibro. (…). Interessò la raffineria di zolfo “Almagià”, il “Calzaturificio Focaccia” di via Alberoni, la Stazione ferroviaria, il vicino Ospedale civile e quello della “croce Rossa”, la zona di via Antica Zecca (…), una palazzina (…) adiacente al “Ricovero Garibaldi”, la chiesa di Sant’Apollinare Nuovo e il tramway che passava per Corso Garibaldi (…)»[iii]

Interno della Basilica dopo il bombardamento (Tavole Storiche di C. Ricci, fascicolo IV, p. 115).

Corrado Ricci, nella sua monumentale opera Tavole storiche dei Mosaici di Ravenna, ricostruisce le vicende del bombardamento alla Basilica, attingendo a quanto gli scrissero i suoi corrispondenti ravennati, testimoni oculari di tale tragedia:

«Pareva, dopo gli ultimi lavori di restauro, che ogni danno, almeno per lunghissimo tempo, dovesse essere rimosso, dai preziosi mosaici, quando, circa alle ore 15 del 12 febbraio 1916 (nel massimo furore della guerra) una delle ventiquattro bombe nemiche lanciate su Ravenna cadde ed esplose nell’angolo sinistro della facciata di S. Apollinare Nuovo, squarciandola per largo tratto e abbattendo parte del sottoposto portico. Alla gente accorsa a veder la rovina, sembrò prodigio che i mosaici prossimi allo squarcio fossero rimasti in posto, anzi paressero addirittura “illesi”. Infatti, nello stesso giorno ci si scrisse da Ravenna che erano “intattissimi”; poi nei tre seguenti: “Non so capacitarmi per quale miracolo i mosaici non abbiano sofferto del terribile scoppio”, ed anche: “Per fortuna possiamo ringraziare il Cielo di non avere a deplorare danni più gravi, essendo rimasti intatti i preziosi mosaici”. Ma se la pelle esterna sembrava sempre sana, la commozione interna era grave, e cresceva; tantochè alzatosi, il giorno 15, un forte vento, sconnesse man mano l’intonaco e “nella notte dal 16 al 17 febbraio provocò miseramente la caduta della parte più labente di quel mosaico”. Così il Gerola, che continua: “Rovinò per intero l’estremo riquadro colla conchiglia, la parte superiore di sinistra della attigua mètopa del paralitico (colla testiera del letto ed il capo ed il braccio destro del risanato) e l’angolo superiore del primo grande profeta, della zona sottostante, con quasi intera la testa»[iv]

I danni alla Basica (da The Sphere, March 11, 1916, p. 266). 

I bombardamenti di Ravenna trovarono eco immediata nella cronaca locale e – principalmente a causa dei danni alla Basilica – anche nella stampa estera[v]. «Tutta la cittadinanza saluta le vittime della Barbarie austriaca», scrive il Corriere di Romagna del 15-16 febbraio, mentre nell’edizione del 19-20 febbraio, è riportato un telegramma di Ricci datato al 16 febbraio che, da Roma, scrive al Sindaco di Ravenna:

«Non riesco a calmare l’ira che mi turba contro la ferocia austriaca, la quale, se vale a consumar delitti su persone inermi e su monumenti gloriosi, non vale certo a deprimere il nostro spirito che, anzi, si accende di maggior odio. Presto verrò a Ravenna. Intanto mando a Lei, rappresentante della città, le più vive condoglianze per le famiglie colpite, e l’augurio che gli uomini trionfino sui bruti».

Sempre in quel numero, si ha notizia della partecipazione dello stesso Pontefice al luttuoso evento: «Una protesta del Papa a Francesco Giuseppe pel bombardamento delle città». Nel numero del 23-24 febbraio è riportato il testo della lettera del Segretario di Stato, il cardinale Gasparri, a Mons. Morganti, arcivescovo di Ravenna (1904-1921): «Sua Santità, qual vigile custode dei supremi interessi della religione, della storia e delle arti, non ha mancato di ripetere sollecitamente le sue paterne ed insistenti raccomandazioni all’I. e R. Governo Austro-Ungarico, affinché la guerra sia condotta in conformità dei riconosciuti principi, mercè i quali, rispettandosi le città aperte ed indifese, siano salvati da ogni iattura i monumenti e le Chiese che di tali città formano prezioso tesoro. (…). Voglia la S. V. esprimere a nome del Santo Padre tutto l’affettuoso senso di condoglianza che Sua Santità nutre per le sventurate famiglie delle povere vittime, e voglia altresì partecipare alle medesime famiglie le ferventi preghiere che la S. S. innalza per la pace degli estinti»;  il Santo Padre destinerà tremila lire per i restauri alla Basilica, rispondendo così «all’appello inviato a tutti i cultori dei monumenti dell’arte e della fede cristiana per concorrere ai restauri della nostra Basilica di S. Apollinare devastata dal bombardamento austriaco»[vi].

Cartolina ricordo del bombardamento del 1912

Nel numero del 19 febbraio il Romagnolo commenta l’accaduto invocando una prospettiva di pace e non di odio: «Abbiamo ancora nell’animo l’ultimo angoscioso gemito dei nostri poveri morti, e gli occhi nostri sono ancora sbarrati per la visione tragica di case squarciate e di basiliche barbaramente profanate. Il dolore triste che è oggi in noi, trova eco solidale e fraterna in tutte le città della nostra cara penisola, e il mondo civile si associa alla nostra ambascia e alla nostra protesta, umana e cristiana, per il sacrilego oltraggio, che, colpendo la Basilica di Santo Apollinare, ha colpito l’arte e la gloria italiana in tutto quanto essa ha di più puro e di più sacro. Noi abbiamo sentito, in queste ore così melanconiche e così piene di ansia, tutta la bellezza della nostra civiltà latina che, pur trascinata in una guerra di sterminio, non si abbassa e non si degrada in opere e in azioni inutili e perfide. Noi oggi non invochiamo in nessun modo le rappresaglie che ci sarebbero dettate dal dolore». 

Furono scattate numerose fotografie della Basilica barbaramente colpita e numerose cartoline dell’epoca riportarono il tragico avvenimento. Una silografia di Vittorio Guaccimanni che mostra i danni al tetto e al portico del sacro edificio, divenne l’immagine di copertina per il Supplemento II, edito in due fascicoli, della rivista Felix Ravenna, testo che raccoglieva i contributi sulla storia della basilica di molti autorevoli studiosi[vii].

Vittorio Guaccimanni, immagine di copertina per il Supplemento II, edito in due fascicoli, della rivista Felix Ravenna

I vari articoli spaziavano sui temi più ampi, sia legati alla contingenza del bombardamento – i danni bellici, i restauri in corso – sia storici, architettonici, iconografici, liturgici, ecc… offrendo così al lettore una sorta di monografia sulla Basilica; scrive al proposito Muratori: «Vi ha collaborato un’eletta schiera di studiosi, ravennati e di fuori; e la pubblicazione, sia per la contenenza degli scritti sia per la veste tipografica e per una certa sobrietà e appropriatezza elegante, fa onore… Oh non già, lo dico sinceramente, a noi che l’abbiamo divisata e curata e che vi abbiamo preso parte, adempiendo un umile voto, ma alla nostra Ravenna, che rispose con gesto e atto di gentildonna alla brutale aggressione del 12 febbraio 1916. In tutte quelle 160 pagine non c’è un’ingiuria per il nemico, non c’è nemmeno ripetuta la parola «barbarie»; non c’è una prefazione o avvertenza o nota che ricordi l’avvenimento e indichi lo scopo della pubblicazione. Sola parla nella sua muta severità la bella silografia del Guaccimanni che adorna la copertina  e mostra la chiesa com’era rimasta dopo l’esplosione, col fianco lacero, col pronao distrutto per metà, il polveroso mucchio dei rottami, il viluppo delle travi e della ferramenta divelte»[viii].

Questi due fascicoli, mostrano una volontà di studio, un rigore di ricerca e una tenacia – pur in tempo di guerra – più che ammirevoli che potremmo riassumere con le parole che Corrado Ricci scrisse a Gerola in una lettera nella quale gli esprimeva la sua vicinanza, pur in mezzo alle fatiche contingenti; parole programmatiche – quanto mai attuali per l’oggi – nelle quali è sintetizzato lo spirito che li animava: «Il nostro mestiere dev’essere un mestiere di entusiasmo: chi non ha entusiasmo faccia qualcos’altro»[ix].  

Se la silografia di Guaccimanni ha un intento che potremmo definire documentario nella misura in cui ci restituisce una immagine fotografica dell’edificio teodoriciano, Giorgio Wenter Marini per il calendario del 1921 – opera interamente dedicata alla città di Ravenna – offre un’immagine apocalittica della basilica: essa appare avvolta dalle spire di due serpenti urlanti, sul punto di essere come stritolata, in quella frazione di secondo prima dello scoppio della bomba[x].  

Giorgio Wenter Marini, opere per il calendario 1921

Nei giorni che seguirono il bombardamento, una domanda ricorrente era se davvero gli austriaci volessero colpire Sant’Apollinare, o se non fu un tragico errore; oltre alle varie congetture che allora furono fatte, vorremmo riportare quanto scritto da Muratori nel notiziario sul bombardamento del 12 febbraio, edito nel fascicolo XXI di Felix Ravenna: «Ahime! Gli aviatori che, per una prima sanzione di giustizia, sono stati costretti a pur scagionarsi in qualche modo davanti al tribunale dell’opinione pubblica, hanno un bel sostenere, dando prova di grosso ingegno o forse di più perfido animo, che la bomba era destinata alla stazione ferroviaria o ad altro stabilimento del genere; ma noi sappiamo, ma tutti sanno che la questione non è qui, non è nel bersaglio vicino o lontano e nel colpo bene o male diretto, ma nell’atonia, nell’insensibilità, nella cecità morale che non s’arresta, per risultati militarmente balordi o umanamente ripugnanti, dinanzi a luoghi dove ogni passo è un vestigio di storia, un ricovero di fede, un documento di bellezza, un capolavoro, un prodigio, un segno della spirituale irradiazione della vita: quegli stessi tesori d’arte che i loro dotti ricercavano fino a ieri, e illustravano con zelo e intelligenza, se non con uguale affetto e purità di cuore: quei monumenti che, come si riconosce e si ripete da ognuno, non appartengono a Ravenna o all’Italia, ma sono patrimonio comune a tutte le genti civili»[xi]

Muratori riprenderà questo testo in suo articolo del Corriere di Romagna del 1917, scritto a commemorazione del tragico anniversario, testo nel quale amplia l’idea di Ravenna patrimonio dell’umanità: «Si fa notare il carattere universale di Ravenna. «Città del genere di Ravenna appartengono alla umanità – Chi dice Ravenna dice una cosa unica sulla terra, meravigliosa, venerabile meta dei pellegrinaggi di tutte le anime sensibili»[xii].

Queste riflessioni – purtroppo quanto mai vere e attuali – chiedono all’uomo una continua conversione affinché sia portatore di una cultura di pace e non di morte. La distruzione dei monumenti, inoltre, non riguarda solo ciò che è materiale, ma tocca nel profondo l’umanità nella sua capacità di esprimere, attraverso il suo genio, ciò che è vero, buono, bello. Solo una cultura di pace può garantire la piena dignità dell’uomo[xiii]

Giovanni Gardini


[i] Il presente articolo sintetizza parte di quanto detto, da chi scrive, nella conferenza di venerdì 12 febbraio 2016 tenuta presso la Sala di Ravegnana Radio, Piazza Arcivescovado 11, Ravenna. La conversazione condotta dal Prof. Giovanni Gardini, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Cultura è stata introdotta dalla Dott.ssa Emanuela Fiori, Direttrice del Museo Nazionale di Ravenna, Polo Museale dell’Emilia-Romagna. Ha condotto l’incontro la Dott.ssa Daniela Verlicchi.

[ii] BCRa, Fondo Corrado Ricci, Carteggio I monumenti di Ravenna, Vol I, a. 1916, n. 31 del 15/02/1916 e n. 37. La lettera a cui è allegata la cronaca del bombardamento e dei primi giorni a seguire, è di Santi Muratori. Il Carteggio Ricci è di fondamentale importanza per ricostruire la storia dei giorni che seguirono il bombardamento e i successivi restauri; dal Carteggio si evincono anche le varie proposte e tensioni che, inevitabilmente, ci furono.

[iii] E. Baldini, Bombardamenti aerei su Ravenna (1916-1918), in Libro Aperto, Annali Romagna 2013, p. 113. 

[iv] C. Ricci, Tavole storiche dei Mosaici di Ravenna, XXI-XXXIII, S. Apollinare Nuovo, Roma 1933, pp. 111-113. Nel Carteggio Ricci, presso la Biblioteca Classense di Ravenna, è custodita un’ampia corrispondenza che è alla base di quanto lo stesso Ricci riporta. Fu Vittorio Guaccimanni, in una cartolina scritta a Ricci due ore dopo il bombardamento della Basilica, a dire che i mosaici erano «intattissimi»; cf. BCRa, Fondo Corrado Ricci, Vol I, a. 1916, n. 20 (immagine n. 1 del presente articolo; si noti il tratteggio che corrisponde alla parte della Basilica colpita. Si ringrazia l’Istituzione Biblioteca Classense per averne autorizzato la pubblicazione).

[v] Per la cronaca locale si vedano: Corriere di Romagna e Il Romagnolo nel numero immediatamente successivo alla data del bombardamento e nei numeri usciti nelle settimane a seguire. Per un’ampia raccolta di articoli esteri si veda: S. Muratori, Il bombardamento di Ravenna del 12 febbraio 1916 in Corriere di Romagna del 12-13 febbraio 1917. 

[vi] il Romagnolo, 8 aprile 1916, anno III, n. 15. 

[vii] Per la silografia di Guaccimanni si veda il già citato articolo di Muratori nel Corriere di Romagna del 12-13 febbraio 1917. Si veda anche la bella acquaforte e acquatinta realizzata sempre da Vittorio Guaccimanni: cf. I Guaccimanni, Edizioni Mistral 2013, p. 111 n. 100, pp. 142-143. Sul rapporto tra Guaccimanni e Ricci si veda il saggio di Daniela Poggiali nel libro sopra indicato: D. Poggiali, Vittorio Guaccimanni e Corrado Ricci. Un sodalizio in nome di Ravenna, pp. 31- 35. 

[viii] Il primo fascicolo uscì «per la festa del santo», cioè il 23 luglio 1916, mentre il secondo uscì un anno dopo i bombardamenti alla basilica; al proposito si veda il già citato articolo di Muratori nel Corriere di Romagna del 12-13 febbraio 1917. La rivista Felix Ravenna riportava per quegli anni il notiziario sia della Soprintendenza sia del Museo Nazionale e, scorrendo i numeri del 1916 e 1917, si ha lo stato di avanzamento dei lavori di restauro della Basilica. 

[ix] Ricci, Carteggio cit., n. 42.

[x] M. Scudiero, Giorgio Wenter Marini. Pittura, architettura, grafica, L’Editore 1991, p. 224. 

[xi] Felix Ravenna, n. XXI, 1916, pp. 922-923. Il testo non è firmato, ma da Gerola è attribuito a Muratori: cf. G. Gerola, La facciata di Sant’Apollinare Nuovo attraverso i secoli in Felix Ravenna, Supplemento II, fascicolo I, p. 3, nota 1.  

[xii] Muratori, Corriere di Romagna del 12-13 febbraio 1917.

[xiii] Per una riflessione sui beni culturali e la pace si veda: G. Montanari, Libertà religiosa, pace e beni culturali, in Ravenna Patrimonio dell’umanità. Globalizzazione e storia culturale, Longo Editore, Ravenna 2006, pp. 179-186.

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