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Terra. Fuoco. Grano.

Germogliano dalla terra i corpi di Lucca. Silenziose come il grano che cresce nei campi.

«Le vie del pane attraversavano lo spazio e il tempo, la memoria e l’oblio. Portavano nella realtà e nella fantasia. È arduo stabilire dove iniziavano e dove finivano. Per lo più andavano da oriente a occidente, seguendo il sole». 

Pedrag Matvejević

È da un desiderio sincero che nascono le opere di Matteo Lucca; esse portano con sé la necessità di un dono gratuito, universale. Uomini di pane, al principio. Poi, donne di pane. Al maschile segue la sorprendente pienezza, il femminile. Come nel racconto antico di Genesi quando dal profondo silenzio dell’uomo affiora, luminosa e lieve, la donna. Ogni uomo di pane custodisce la memoria del corpo stesso di Matteo; tutti, nessuno escluso, proteggono ed esaltano il segreto del suo corpo – le asperità del suo viso, la sapienza delle sue mani, i piedi saldi – ed è in questa serie di repliche serrate di rigide pose, mai perfettamente uguali, che l’artista eterna il desiderio dell’offerta di sé. Se in ogni uomo è impresso il volto dell’artista, alle donne, a ciascuna donna, sono consegnati il volto e il corpo di Nourhan – nome il cui suono è musica – che emerge solenne, imponente, monumentale in tutta la sua bellezza. Uomini e donne di pane, ritratto e autoritratto, interiorità e sguardo oltre a sé, corpi di pane fragrante il cui profumo si diffonde intenso e duraturo come promessa di dono. Corpi che nutrono lo sguardo e che sono impegno di condivisione: ciascuno è compagno di viaggio per l’altro – cum panis -, l’uno si offre all’altra, in un incessante e generoso scambio. Corpi di pane. Fragili ed effimeri come il pane. Fragranti come il pane.

Matteo Lucca, Il profumo del pane, Santa Maria dell’Angelo, Faenza 2018 | ph Giulia Zoli

Sono terra le opere di Lucca. All’argilla è affidato il mistero del corpo. All’argilla, sotto le mani operose dell’artista, è chiesto di seguire le spigolose anatomie dell’uomo, poi la dolcezza della donna; al fuoco è data la parola decisiva, l’ultima, quella che pone fine alle inesauribili possibilità della terra di plasmare immaginifiche forme. Ed ecco gli enormi stampi, frammentari calchi tanto sconnessi all’esterno quanto perfetti e preziosi all’interno, sono in attesa che la vita li ricolmi. Paiono relitti, gusci di corpi, esistenze inanimate, un’umanità disgregata che implora l’unità. Ampie feritoie ne solcano la superficie e pare invitino lo sguardo a scrutare le profondità dell’esistenza; saranno queste stesse feritoie a imprimere cicatrici sui corpi di pane, quasi fossero un sigillo.

Germogliano dalla terra i corpi di Lucca. Silenziose come il grano che cresce nei campi paiono prendere vita queste figure austere che chiedono tempo e invocano il silenzio per essere amate. Chi dovesse passare velocemente accanto ad esse non ne potrebbe comprendere appieno il mistero. Vedrebbe solo epidermidi bruciate, esistenze ferite indurite dal fuoco e dal tempo, corpi aridi, senz’acqua. Terra arida. Anche questa, certo, è l’umanità, ma non solo. La luminosa quiete di questi volti riserva, per chi a essi si accosta libero e generoso, un dialogo intenso. I volti sono sereni, limpidi, densi di dignità. 

Sono forgiate dal fuoco le opere di Lucca. La massa informe dell’impasto, fatica delle mani e sudore della fronte, magma incandescente che lievita e deborda, si fissa nelle forme dei corpi, entra negli interstizi degli stampi. È il limite che dona la forma, non il contrario. È un grembo amoroso il forno ed è nelle viscere del fuoco che si coagula la materia. 

Nascono così le opere di Lucca. Dalla terra. Dal fuoco. Dal grano.

Giovanni Gardini

Matteo Lucca, Nourhan, Pane, 2018 | ph Giulia Zoli

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