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L’iconografia di Sant’Apollinare nel Duomo di Ravenna

Nel Duomo di Ravenna sono presenti numerose immagini di Sant'Apollinare vescovo e martire della chiesa ravennate

Oltre alla Basilica di Sant’Apollinare in Classe eretta in onore del Santo Patrono, la chiesa che più di ogni altra custodisce e promuove il culto del Protovescovo ravennate è la Basilica Cattedrale. La memoria più rilevante va riconosciuta nell’insigne reliquia, del capo e della mano destra del Santo, che l’arcivescovo Vincenzo Moretti (1871-1879) volle portare in Cattedrale per il XVIII° centenario del martirio del Santo: in occasione della ricognizione della venerata sepoltura e «valendosi della facoltà concessagli dalla S. Congregazione, separò le Ossa del Capo e della mano destra, e le ripose entro l’altare maggiore della metropolitana chiuse in una cassetta di piombo»[1]

Nel coro della cattedrale fu posta un’iscrizione, tutt’oggi ben visibile, a ricordo dei festeggiamenti del 1874, nella quale si fa riferimento anche alle insigni reliquie che Moretti portò in cattedrale:

«quod. ad. seram. posteritatem. pertineat. / anno. mdccclxxiv. / xxix. a. pontificatu. pii. ix. / festum. xviii. saeculare. martyrii. s. apollinaris. / episcopi. ravennatium. / qui. primus. christi. dei. nomen. et. fidem. / in. aemiliam. detulit. / solemni. ritu. celebratum. est. / diebus. xii. x. kalendas. sextiles. / corpus. sancti. patroni. / ex. basilica. classensi. translatum. / heic. cultui. propositum. fuit. / pietas. concionibus. fota. / auctum. religionis. studium. / adfuere. e. finitimis. urbibus. episcopi. x. / ingens. convenarum. multitudo. / ossa. capitis. et. dextrae. sub. ara. principe. condita. sunt / a. vincentio. morettio. archiepiscopo. ravennatium. / cuius. auctoritate. et. consilio. dies. festi. acti. sunt». 

Iscrizione nel coro della Cattedrale

Queste reliquie, custodite all’interno dell’altare maggiore accanto a quelle di altri santi ravennati, attualmente sono poste all’interno di un reliquiario di epoca moderna, datato al 1924, realizzato per un altro anniversario del Santo dalla fonderia ravennate dei Fratelli Rambelli, in bronzo e cristallo, in modo che potessero essere visibili i resti mortali del Protovescovo[2]. Sulla fronte dell’urna, nella base, è l’iscrizione «ex ossibus s. apollinaris e m» mentre sul retro, sempre nel basamento, è incisa la data del 1850° anniversario del suo martirio che la tradizione agiografica identificava nel 74 d.c.: «die xxiii iulii an mcmxxiv»[3]

Ogni 23 luglio, solennità liturgica di Sant’Apollinare, la fenestrella dell’altare maggiore viene aperta, e tutti possono avvicinarsi ad essa per venerare le reliquie del santo Patrono.

Reliquiario con il capo e la mano destra di Sant’Apollinare

Nel coro della cattedrale si può ammirare la grande tela raffigurante Sant’Apollinare che fa precipitare il tempio di Apollo, opera commissionata a Giuseppe Collignon (1778-1863) dall’Arcivescovo monsignor Antonio Codronchi (1785-1826): il dipinto, fa parte di un ciclo pittorico teso ad esaltare le figure di quattro venerati vescovi ravennati quali Apollinare, Severo, Orso e Pietro Crisologo, una composizione probabilmente ideata in modo da creare un efficace parallelismo con i quattro vescovi – seppur non esattamente coincidenti con questi – raffigurati a mosaico tra le finestre dell’abside della Basilica di Sant’Apollinare in Classe[4].

Sant’Apollinare fa precipitare il tempio di Apollo, incisione di G. Domenichini

Come Collignon fu incaricato di raffigurare un preciso momento della vita di Apollinare, così ad altri esponenti del neoclassicismo quali Pietro Benvenuti, Gioacchino Giuseppe Serangeli, Vincenzo Camuccini, fu affidata la commissione per le altre tele poste nel coro, opere che furono inaugurate con grande solennità, la domenica delle Palme del 1821.

La pala del Collignon presenta la predicazione ravennate di Sant’Apollinare nell’attimo in cui demolisce, con la potenza della preghiera, il simulacro del dio Apollo; una didascalia, posta nella cornice alla base del quadro, riepiloga la sua opera: «S. Apollinaris Idoli templum evertit».

La composizione trae spunto dalla Passio sancti Apollinaris, testo agiografico fondamentale per decodificare l’iconografia del Santo: «Venuto al tempio e vista la statua di Apollo, il Santo Apollinare disse ai presenti: “E’ questa la divinità nella quale traete presagi?”. Risposero: “Si: è lui il primo tra gli dei e il custode della città”. Il santo Apollinare rispose: “Mai gli vada bene! Anzi, distrutto questo, sarà custode dei cristiani che vivono in questo luogo il nostro Signore Gesù Cristo che è veramente Dio”. E, mentre pronunciava una preghiera, il simulacro andò demolito e il tempio del diavolo fu distrutto. I pagani allora, vedendo quello che era accaduto, gridavano dicendo: “Sia ucciso il vecchio empio, per opera del quale tutto è stato rovinato!”. I cristiani invece rendevano grazie a Dio dicendo: “Veramente è Dio colui che opera tali cose per opera del nostro padre”»[5]. Apollinare indossa una semplice tunica dalla quale, tra i panneggi, si intravvede il pallio, simbolo del suo ruolo di Pastore della chiesa ravennate. Tra le nubi è la personificazione della Fede, nell’atto di mostrare la croce e il calice eucaristico. L’opera fu incisa nel 1822 da G. Domenichini. 

La pala posta sull’altare dedicato al Santo, lungo la navata sinistra, rappresenta San Pietro in atto di inviare Sant’Apollinare, inginocchiato ai suoi piedi, ad evangelizzare la città di Ravenna, opera del forlivese Filippo Pasquali (1651-1697)[6]. Lo Spirito Santo appare sotto forma di colomba a sigillare l’investitura divina, resa ancor più solenne dai gesti potenti dell’apostolo che con la destra stringe le chiavi, segno eloquente del potere petrino, indicando Ravenna come luogo della missione del Santo, mentre con la mano sinistra, posta sul capo del Santo, compie il gesto di consacrazione.

L’intera scena è illuminata dal testo della Passio che lega la missione del santo protovescovo ravennate alla figura di Pietro e alla chiesa romana: «Il beato Pietro disse al suo discepolo Apollinare: “Tu che siedi con noi, ecco che sei istruito su tutto quello che ha fatto Gesù. Alzati e ricevi lo Spirito Santo e nello stesso tempo il pontificato, e recati nella città che si chiama Ravenna. C’è là un popolo numeroso. Predica a essi il nome di Gesù e non aver paura. Infatti tu sai bene chi sia veramente il Figlio di Dio che restituì la vita ai morti e porse la medicina agli ammalati”. E dopo molte parole il beato apostolo Pietro, pronunciando una preghiera e ponendo la mano sul suo capo, disse: “Il Signore nostro Gesù Cristo mandi il suo angelo che prepari la tua strada e ti conceda quanto avrai chiesto”. E baciandolo lo congedò»[7]

Altare di Sant’Apollinare con il quadro di Filippo Pasquali

Sempre di Filippo Pasquali è la grande tela nella sacrestia[8]. Qui il Protovescovo non appare più giovane come nell’opera precedente, bensì viene raffigurato come un vegliardo, vestito con gli abiti pontificali, il piviale e la stola rossi, il colore usato dalla liturgia per evocare il martirio, momento glorioso richiamato anche dal putto che regge la palma e pone la corona sul capo del Santo. Ai piedi di Apollinare sono due putti che reggono il modellino della città di Ravenna: egli lo benedice e, in questo gesto, si rende manifesta la sua intercessione, nei secoli, per la chiesa da lui fondata.

Sant’Apollinare di Filippo Pasquali

Di fronte alla pala del Pasquali è un busto marmoreo raffigurante Sant’Apollinare che a nostro avviso va riconosciuto in quello donato nel 1873 da Pio IX all’arcivescovo Moretti «nuovo successore di S. Apollinare»: «Un altro busto di gran pregio, rappresentante S. Apollinare, si conservò alcun tempo in Roma nella reggia del Vaticano dalla Santità di Nostro Signore Papa Pio IX; il quale, avendolo caro oltremodo, come quegli che avea posto particolare divozione all’Apostolo dell’Emilia fin da quando era vescovo della chiesa Imolese; per un vivo sentimento di riverenza e di affetto lo teneva nella sua augusta presenza entro le sue camere secrete, in luogo cospicuo, ed accanto ad altre belle e venerate immagini. Per la qual cosa esso divenne tanto più prezioso, ed è da tenersene tanto maggior conto, quanto che lo ebbe così caro il sommo e glorioso Pontefice, e fu benché a breve tempo nelle sue auguste mani. Né il gran Pontefice volle disfarsene (e ciò fu l’anno scorso), se non per un alto intendimento della sua tenera pietà ed ardentissimo zelo, cioè a fin di far conoscere questa sacra immagine e metterla in venerazione appresso coloro a’quali il Santo fu primo pastore e padre; e così promuovere il suo culto e raccenderne la divozione, massime nell’animo di que’ medesimi che lo onorano come loro apostolo e patrono»[9]. Nella Relazione della festa, pubblicata nel 1875 a conclusione del solenne centenario, con enfasi si ricorda come l’arcivescovo Moretti, ancora nel 1873, proprio additando questo busto ricevuto in dono dal Pontefice, annunciasse le feste centenarie per il Santo Patrono: «Era il giorno 23 Luglio 1873, ed Ei [Moretti] in mezzo alla Messa solenne per la festa annuale del nostro gran patrono, tessendo l’elogio di Lui, e additandone al popolo il magnifico busto marmoreo che poc’anzi ricevea dall’inesauribile munificenza di Pio IX, annunzia improvviso il pensiero di celebrare nell’anno venturo il Centenario con tutto lo sfarzo, e d’invitare a prendervi parte l’intero Episcopato dell’Emilia, di cui il nostro Apollinare fu il primo e grande Apostolo»[10].

L’opera di Francesco Gianfredi, allievo del Thorwaldsen, risulta un’evidente citazione del mosaico classense sia nel volto solenne e austero del Santo sia nel segno delle api, che con un delicatissimo bassorilievo decorano la veste, sulla quale è il pallio crucisegnato. Sul retro è la data del 2-12-1950, probabilmente da riferirsi alla sistemazione dell’opera all’interno della sacrestia. 

Busto di Sant’Apollinare

Un altro busto, prima di questo, ornava l’appartamento nobile del palazzo arcivescovile, ma già nel 1874, anno in cui il Farabulini scrive, esso era divenuto proprietà del Comune ed era stato trasportato nella Galleria dell’Accademia delle Belle Arti. Il busto commissionato dal Codronchi, oggi esposto in una sala del Museo d’Arte della Città di Ravenna, è stato unanimemente attribuito, anche dalla critica recente, a Bertel Thorvaldsen (1770-1844), tuttavia non è di questo parere il Farabulini, unica voce fuori dal coro, che anzi – con una punta di campanilismo – lo attribuisce a Pietro Tenerani, allievo dello scultore danese: «E ciò abbiam voluto avvertire, perché al sommo scultore italiano la debita lode ritorni»[11]. E’ lo stesso Tenerani, in una lettera al Farabulini, a dichiarare di come il busto commissionato al Thorvaldsen, fu dallo stesso maestro affidato al suo allievo e collaboratore: «Chiarissimo sig. Canonico Farabulini (…). Riguardo alle notizie che desidera, le dirò che nel 1822, se non erro, fu dall’Arcivescovo Codronchi commesso il busto di S. Apollinare al Thorwaldsen, dal quale poi fu a me affidato, cosicchè io mi occupai intieramente del modello non solamente, ma anche negli ultimi ritocchi del marmo. Così veramente andò la cosa. (…). Roma, 26 maggio 1868. Devotiss. Servitore P. Tenerani»[12]. Il Tenerani, come ebbe modo di raccontare al Farabulini, trasse ispirazione per il volto del Protovescovo dalle «sembianze di un ottimo vecchio Cappuccino di Roma che era uomo di maestoso e venerabile aspetto, e degno di rappresentare un santo»[13].

La croce pettorale dei canonici della Cattedrale reca impressa, al centro di essa, l’immagine del Santo Patrono; un’iscrizione latina che ne incornicia la figura, cita il Sermone 128 di Pietro Crisologo dove è ricordata la presenza del Santo come pastore buono in mezzo al suo gregge[14].

Croce dei canonici del duomo

Il nostro percorso iconografico sulla figura di Sant’Apollinare continua nella sacrestia del Vescovo, dove sono presenti due immagini: un busto reliquiario ed un bassorilievo.

Il busto reliquiario è databile al 1781 come recita l’iscrizione sullo scudo posto alla base dell’opera: «piorum / quinq. / ravennat. / aebe / mdcclxxxi». All’altezza del petto, nell’apertura delimitata dal pallio, è incastonata una reliquia del Santo, inserita in una teca sotto vetro recante in un cartiglio il nome di Apollinare: « S. Apollinaris M and R. P.». Il volto, raffigurato di tre quarti, è quanto mai solenne e maestoso; la fronte corrugata e lo sguardo attento, fanno di questo busto un’opera intensa che presenta Apollinare in tutta la sua autorevolezza e sapienza. 

Busto reliquiario di Sant’Apollinare

Due belle cassapanche databili al XVIII secolo fanno parte del mobilio della sacrestia del vescovo; esse sono decorate da due medaglioni, rispettivamente di Pietro Cristologo a sinistra, e di Sant’Apollinare a destra. Il volto del protovescovo, realizzato in terracotta dipinta, è incorniciato da un’iscrizione che lo identifica: «S. Apolinaris primvs archiep. ravennae».

Volto di Sant’Apollinare, dettaglio

In un pilastro della cappella del Santissimo Sacramento, è la figura intera del Santo Protovescovo, opera della prima metà del XVII secolo che la critica attribuisce a Giovanni Giacomo Sementi, tra gli aiuti di Guido Reni per la Cappella del Duomo[15].

Sant’Apollinare, Cappella del Santissimo Sacramento

Restando all’interno della Cappella va ricordata un’altra memoria legata ad Apollinare, non visibile al pubblico perché collocata in una nicchia chiusa da uno sportello. Si tratta di un frammento di colonna tortile di marmo verde serpentino, che la tradizione ricorda come un sasso usato per percuotere il Santo: fu con questo sasso che «fu percossa e rotta la bocca» di Apollinare, tanto che il sasso sarebbe irrigato di sangue.[16] Prima che questo marmo fosse venerato in Cattedrale, era ricordato nella chiesa di San Pietro in Armentario: li un sant’uomo, che dimorava in quel luogo, lo avrebbe usato per fare penitenza. 

A questo marmo si lega anche il ricordo di un pellegrinaggio: «Al pellegrinaggio del Sant Sassol intervenivano moltitudini anche dalla valle del faentino e del forlivese. Indubbio ricordo della predicazione apostolica di Sant’Apollinare, evangelizzatore della Romagna e dell’Emilia»[17].

Sasso di Sant’Apollinare (Santo Sassolo)

Altre opere legate alla memoria del Santo Patrono erano custodite in cattedrale: alcune si conservano ora all’interno del Museo Arcivescovile, di altre non si ha più traccia. 

Esposta all’interno delle Collezioni del Museo, ma fino a pochi anni fa presente nella sacrestia della Cattedrale, è la Pala di Baldassarre Carrari (1460c.-1516), dove si può ammirare un’altra immagine di Apollinare[18]. La sacra conversazione presenta al centro la Vergine con il Bambino tra i santi Matteo, Caterina d’Alessandria, Barbara e Apollinare. L’Antiocheno veste gli abiti episcopali: è ammantato da un sontuoso piviale sul quale è riconoscibile il volto di San Pietro a ricordo della missione petrina del protovescovo ravennate, una mitria gemmata e ricamata ricopre il suo capo, le mani sono coperte da chiroteche impreziosite da anelli, nella mano sinistra tiene il pastorale mentre con la destra regge un codice aperto.

Proviene dalle sacrestie della Cattedrale anche la bella pianeta esposta nella Sala medievale con abiti e argenti del Museo Arcivescovile, donata all’arcivescovo Moretti dal Parroco del Duomo, il canonico Gioacchino Bezzi, in occasione delle feste centenarie di Sant’Apollinare del 1874: un bel ricamo raffigurante il protovescovo è una chiara allusione al mosaico classense dove il Santo è raffigurato come orante[19].

Anche la splendida croce detta del maestro Andrea era custodita in Duomo: su uno dei lati, è ben riconoscibile l’immagine di Apollinare, tra i simboli dei quattro evangelisti[20]

Altre immagini di Sant’Apollinare vanno ricordate parlando della Cattedrale di Ravenna: nel grandioso mosaico medioevale, datato al 1112 e realizzato sotto l’episcopato dell’arcivescovo Geremia (1110-1117), oltre ad un’immagine del Protovescovo raffigurato tra i vescovi colombini e altri santi, vi erano quattro riquadri nei quali erano narrate alcune vicende della vita del Santo, episodi mutuati dalla Passio[21]. Del mosaico, crollato nella prima metà del XVIII secolo, restano solo sei frammenti custoditi all’interno del Museo Arcivescovile: uno di questi presenta il volto di un servo che sigilla la tomba del Santo e va riconosciuto come parte del quarto pannello, dove erano raffigurati il suo martirio e la sua sepoltura[22].

Giovanni Gardini


[1] Il Romagnolo, 11(1924)18. Per notizie più approfondite sulle reliquie del Patrono presenti in cattedrale e sul reliquiario si veda: G. Gardini, L’altare maggiore del Duomo di Ravenna. Reliquie e reliquiari, in La bellezza della fede. I quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Apollinare di Forlì (numero 2- anno 2013), Pazzini Editore, pp. 121-145. 

[2] Questo reliquiario fu realizzato assieme a quello che doveva contenere le reliquie del Santo presenti all’interno dell’altare maggiore della Basilica classense: cf. Il Romagnolo, 11(1924)17. Il reliquiario misura cm 24, 7 x 14, 4 x 28, 4. L’altezza va riferita dalla base sino alla croce posta sulla sommità. 

[3] Per una bibliografia essenziale sulla figura di Apollinare e il culto cf. G. Lucchesi, Note agiografiche sui primi vescovi di Ravenna, Faenza 1941; M. Mazzotti, La basilica di Sant’Apollinare in Classe, Pontificio Istituto di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1954; G. Orioli, Sant’Apollinare, isapostolo ed evangelizzatore di Ravenna. Le fonti antiche, in Mario Mazzotti (1907-1983). L’archivio, il cantiere archeologico, il territorio, Fernandel scientifica, Ravenna 2007, 53-64; P. Novara, La sepoltura di Apollinare. Tema di studio di mons. Mario Mazzotti, in Mario Mazzotti, op. cit., pp. 65-76; G. Gardini, Sant’Apollinare. La vita, le opere, il culto in Sant’Apollinare. Guida iconografica per il patrono di Ravenna, a cura di Maria Grazia Marini, Ravenna 2014, pp. 15-19. 

[4] Olio su tela, cm 450 ca. × 300 ca. G. Viroli, I dipinti d’altare della Diocesi di Ravenna, Bologna, Nuova Alfa 1991 1991, scheda 23, pp. 88-89; G. Viroli, L’arte figurativa e la dignità del «silenzio», in Storia di Ravenna. V. L’età risorgimentale e contemporanea a cura di Luigi Lotti, Venezia, Marsilio, 1996, pp. 48-49.

[5] M. Pierpaoli, Storia di Ravenna. Dalle origini all’anno Mille, Longo Editore, Ravenna 2001, p. 257

[6] Olio su tela, cm 295 x 185. G. Viroli 1991, scheda 8, pp. 64-65; G. Viroli, La Ravenna artistica, in Storia di Ravenna. IV. Dalla dominazione veneziana alla conquista francese, a cura di Lucio Gambi, Venezia, Marsilio, 1994, p. 293; G. Viroli, Pittura del Seicento e del Settecento a Forlì, Bologna, Nuova Alfa 1996, scheda 61, pp. 94-95. Una copia del quadro, di minori dimensioni e meno accurata, è conservata presso la Diocesi di Faenza-Modigliana: cf. http://www.beweb.chiesacattolica.it/benistorici/bene/3845393/Ambito+romagnolo+sec.+XVIII%2C+Dipinto+con+San+Pietro+e+Sant%27Apollinare#locale=it&action=CERCA&da=1&frase=apollinare+pietro+faenza.

[7] Pierpaoli 2001, p. 250

[8] Olio su tela, cm 240 x 155. Viroli 1991, scheda 19, pp. 80-81; Viroli 1996, Pittura del Seicento…, scheda 62, p. 95.

[9] D. Farabulini, Storia della vita e del culto di S. Apollinare primo vescovo e apostolo dell’Emilia pubblicata per la solennità del suo xviiicentenario, Roma 1874, pp. 225-226; 368-369. 

[10] Ricordo del XVIII centenario dal martirio di S. Apollinare primo vescovo e patrono ravegnano apostolo dell’Emilia celebrato in Ravenna nel luglio MDCCCLXXIV, Ravenna, Tipografia Calderini 1875, pp. X-XI. Si veda anche: Avv. G. Loreta, Le chiese di Sant’Apollinare, Bologna 1924, p. 29. 

[11] Farabulini 1874, pp. 224-225; 368; cf. anche Loreta 1924, p. 29, che a nostro avviso riprende la notizia dal Farabulini. Per il busto conservato al Museo d’Arte della Città di Ravenna si vedano i due saggi qui proposti e la numerosa bibliografia ivi citata: G. Viroli, Il gesto sospeso. Scultura nel Ravennate negli ultimi due secoli, Edizioni Mistra, Ravenna 1997, scheda 8, pp. 55-57; A. Fabbri, Bertel Thorvaldsen, Sant’Apollinare, 1822 in Sant’Apollinare. Guida iconografica…, pp. 72-73. Su Pietro Tenerani si veda il breve ma intenso studio in appendice al catalogo su Thorvaldsen: E. di Majo – S. Susinno, Pietro Tenerani, da allievo del Thorvaldsen a protagonista del purismo religioso romano. Una traccia biografica in Bertel Thorvaldsen, De Luca Edizioni d’Arte, Roma 1989, pp. 313-316. Si auspica che gli studi possano approfondire l’attribuzione di questo splendido busto. 

[12] Farabulini 1874, pp. 527-528.

[13] Farabulini 1874, p. 226. 

[14] Loreta 1924, p. 29. Si segnala che la croce dei canonici porta sul retro l’effigie di Pio VII (1800-1823) rappresentato in orazione davanti al crocefisso; un’iscrizione, oltre a ricordare il nome del pontefice, indica la data del 1814, un anno importante nella vita del papa.

[15] A. Benini, Guido Reni e le pitture della cappella del Sacramento in Duomo, in  La Cappella del Ss. Sacramento nel Duomo di Ravenna, Ravenna, 14 maggio 1930-VIII, pp. 33-44. 

[16] BCRa, Fondo Manoscritti, Mob 3.7. A2, c. 10; Farabulini 1874, p. 205. 

Per un discorso più ampio sulle reliquie del Santo si veda: G. Gardini, Reliquiario a braccio di Sant’Apollinare in I libri del Silenzio. Scrittura e spiritualità sulle tracce della storia dell’Ordine camaldolese a Ravenna, dalle origini al XVI secolo, a cura di Claudia Giuliani, Ravenna, Longo Editore 2013, pp. 95-98. 

[17] La Cassa di Risparmio di Ravenna, Bergamo 1941, p. 16. E’ a questo sasso che si riferisce la satira anticlericale di Olindo Guerrini. 

[18] Gardini 2014, pp. 46-47; G. Gardini, Conosciamo Sant’Apollinare vescovo e martire/2, in RisVeglio Duemila del 27 luglio 2013, p. 5. 

[19] Gardini 2013, p. 5.

[20] G. Gardini- P. Novara, Le Collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 130; 132; 136; Gardini 2013, p. 5. 

[21] Per la storia degli studi legata al mosaico medievale si veda: G. Gardini, I frammenti musivi dell’antica basilica Ursiana presso il Museo Arcivescovile di Ravenna: note iconografiche e museali in Atti del XIX Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Edizioni Scripta Manent, Tivoli 2014, pp. 553-563. 

[22] G. Gardini, Museo Arcivescovile. Sala dei mosaici e della Vergine Orante in Sant’Apollinare. Guida iconografica…, pp. 36-39.

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