Il sacrificio eucaristico interpretato nei mosaici bizantini di San Vitale a Ravenna

Tutto il ciclo iconografico è stato pensato per porre al centro la liturgia eucaristica; chi è adunato per la cena del Signore ritrova nelle immagini il mistero che sta celebrando.
San Vitale
Catino absidale di San Vitale, Ravenna, VI secolo

 «In Italia non c’è alcuna Chiesa simile per costruzioni e per opere artistiche». Così riferisce Andrea Agnello, storico ravennate del IX secolo, nel Liber Pontificalis e, ricordando il vescovo Ecclesio, aggiunge: «Nell’atrio aveva fatto scrivere con tessere musive argentee: Alto si leva con venerabile mole il tempio consacrato a Dio col nome di Vitale». La basilica palatina imperiale di San Vitale, voluta dall’Imperatore Giustiniano in accordo con la colta committenza della curia ravennate, è davvero una chiesa unica, luogo venerabile di fede, riflesso di un credo consegnato nei secoli all’arte musiva e architettonica, intimamente connesse nella liturgia celebrata.

Tutto il ciclo iconografico bizantino è stato pensato per porre al centro, in maniera radicale, la liturgia eucaristica, così, chi è adunato per la cena del Signore (Cf. 1 Cor 11,20), ritrova nelle immagini il mistero che sta celebrando, la memoria viva della storia salvifica:

«per il bizantino – osserva Yannaras – la Chiesa è l’evento dell’Eucarestia, la partecipazione del creato alla «vera vita» del modo trinitario di relazione e di comunione. Questo modo è il corpo della Chiesa, la carne del mondo assunto dal Cristo, è l’intera creazione nelle dimensioni del Regno».

Anche l’architettura rimanda alla verità che qui si contempla. La pianta ottagonale è un chiaro richiamo alla sacralità cristiana del tempo: il Cristo risorto nell’ottavo giorno, Dies Dominica, consacra il periodo nel quale, come tempo redento, entrano gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello (Ap 19,9) per vivere della sua vita immortale. 

L’interno è un microcosmo nel quale trova verità e corrispondenza la volontà di Dio sulla creazione e sulla storia, un luogo che percettivamente vive e si estende in stupende prospettive,

«uno spazio concreto, ma senza confini, uno spazio che – prosegue Yannaras – continuamente è intersecato ma il cui centro tuttavia è ovunque: l’Eucarestia è celebrata ovunque, nello spazio della presenza di ogni fedele portatore di Cristo e dello Spirito».

La luce dorata e avvolgente è elemento teologico, scaturita dalla parola originaria di Dio all’inizio della creazione del mondo (Cf. Gn 1,3); qui regna libera e sovrana e contribuisce all’unità dello spazio liturgico. Questa luce, trasfigurata, eterna, spirituale accende i mosaici di un vibrante bagliore, sempre diverso, come fosse la volta stellata del firmamento. 

I pannelli storici del presbiterio. 

Partendo dalla maestosa processione della corte imperiale di Costantinopoli, rappresentata nelle pareti laterali del presbiterio vediamo la liturgia eucaristica prendere vita attraverso i simboli dell’incenso, del libro sacro e della preziosa croce gemmata portata dall’Arcivescovo Massimiano seguito dai dignitari ecclesiastici della sede ravennate. 

Il cammino processionale continua con Giustiniano rappresentato con le insegne imperiali, scortato dai magistrati e dai soldati della guardia, e con Teodora insieme alle sue ancelle immobili nella pittura eterna del mosaico ci appaiono solenni nel gesto di portare la patena del pane e il calice del vino per la celebrazione eucaristica, sulle quali l’arcivescovo Massimiano pronuncerà la preghiera di rendimento di grazie chiedendo al Padre di accogliere quei doni come ha voluto accogliere quelli di Abele, Abramo, Melchisedek.

Questi due mirabili pannelli musivi, nel loro particolare significato offertoriale, danno una decisa direzione interpretativa di tutto il ciclo iconografico qui custodito. La valenza eucaristica nel suo senso profondo immette il credente nel vivo di un atto liturgico, che iniziato con la presentazione del pane e del vino, passa dalla tipologia veterotestamentaria, con le immagini dei sacrifici, fino all’oggi della celebrazione: tempi di un unico tempo, quello del Dio presente e operante nella storia. Il fedele che ancora oggi in San Vitale si accosta ai santi misteri di Cristo viene immerso nel grande flusso della vita della Chiesa, partecipe di quell’attimo e di quel gesto in cui si presenta all’altare la propria esistenza, perché in Cristo, sia trasfigurata.

Le lunette dei sacrifici veterotestamentari.

Su di essi (le offerte) volgi uno sguardo propizio e sereno e accettali, così come hai voluto accettare i doni del giusto Abele, tuo servo, il sacrificio del nostro patriarca Abramo, nostro Padre, e quello che ti offrì il tuo sommo sacerdote Melchisedek: il santo sacrificio, l’offerta senza macchia. 

La centralità della liturgia eucaristica trova continuazione, nelle pareti del presbiterio, a fianco dell’altare sopra gli archi che si aprono sul deambulatorio, dove vi sono due singolari lunette, con la rappresentazione dei tre sacrifici dell’Antico Testamento, quelli di Abele, Melchisedek e Abramo, riletti dai Padri della Chiesa in chiave eucaristica e interpretati come tipo del sacrificio di Cristo.

Queste immagini non sono altro che la resa visiva dell’azione rituale dell’anamnesis come ci viene presentata dal Canone Romano. Preghiera e alta invocazione chiamata in causa, qui in San Vitale, sia dall’udito che dalla vista: nel momento in cui la parola della celebrazione viene  proclamata e sentita, dall’occhio viene contemplata e ugualmente recepita.

Il Canone Romano porta al cuore del discorso eucaristico ed è il testo cardine a cui la committenza si è ispirata per pensare a questo ciclo iconografico. È la preghiera al Padre perché accolga l’offerta presentata dalla comunità adunata per la celebrazione: «Ti preghiamo, dunque, Signore, di accogliere placato questa offerta di noi tuoi ministri e, insieme, di tutti i tuoi servi».

Nella parete di destra, racchiusa in una lunetta, troviamo l’immagine di Abele e Melchisedek, ognuno all’estremità di uno splendido altare preparato per la celebrazione. Entrambi, giusti davanti a Dio (Eb 11, 4; Eb 7, 2) presentano a Lui le loro offerte.

Abele, vestito di una semplice tunica da pastore, esce dalla capanna e, sotto un rigoglioso albero, presenta l’agnello primogenito del gregge, primizia del suo lavoro (Cf. Gn 4, 4). Il gesto, solenne, è tutt’uno con il suo sguardo rivolto verso la mano del Padre che ne rappresenta lo “sguardo propizio e sereno” . Egli, dal cielo, tra nubi gloriose, gradisce Abele e la sua offerta: “Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora” (Eb 11, 4).

Oltre l’altare, a cui Abele appena si accosta, è Melchisedek re di Salem, sacerdote del Dio altissimo (Gn 14, 17-24): «Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno» (Eb 7, 3). Alle sue spalle è il tempio. Egli, rivestiti gli abiti sacerdotali, sulla mensa della celebrazione, offre a Dio pane e vino, «l’oblazione pura e santa». Anche sulla sua offerta scende la benedizione del Padre nel gesto della mano nel cielo.

Nella lunetta di fronte il protagonista è Abramo, «nostro patriarca», raffigurato nei due momenti cruciali della sua vicenda umana.

Nella prima scena egli accoglie, presso le querce di Mamre, i tre misteriosi pellegrini, scena interpretata nella tradizione antica come teofania trinitaria (Cf. Gn 18, 1-15); Abramo indossa una tunica da pastore e regge tra le mani il vitello preparato, gesto cordiale di ospitalità. All’ingresso della tenda è Sara, colta nell’attimo in cui, non vista, ascolta lo straordinario e indicibile annuncio: essa avrebbe partorito un figlio. 

I tre giovani uomini uguali nelle sembianze, sbarbati, dalle ampie tuniche bianche, riposano all’ombra di una quercia davanti alla mensa di Abramo, sulla quale sono – come elemento simbolico – tre pani tondi segnati dalla croce. 

La seconda immagine ci proietta nel tempo in cui la promessa del figlio è compiuta e Isacco è ormai adulto. Tutto ora è incentrato sul gesto tragico di Abramo che, fedele a Dio, ha condotto il suo unico figlio, la discendenza a lungo attesa, sul monte del sacrificio (Cf. Gn 22,1-19): «Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: in Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo» (Eb 11,17-19).

Con la mano destra Abramo alza la spada, lontano però dal figlio Isacco, il quale viene accarezzato sul capo. Gli sguardi e i gesti si intrecciano: gli occhi di Abramo, diventano tutt’uno con il suo braccio alzato e sfiorano la mano/presenza di Dio; Isacco sull’ara del sacrificio, fissa ricambiato l’ariete ai piedi del padre, che lo sostituirà nel sacrificio.

Ora Abramo, in questa scena paradigmatica, ci appare in una forma assolutamente nuova. All’interno della composizione colpisce principalmente la sua statura, scelta iconografica che diventa dato iconologico: la sua altezza è infatti la medesima di Isaia, Geremia, Mosè e degli evangelisti qui rappresentati e al par di loro veste la ricca tunica candida, quasi a suggerire, nel gesto del sacrificio di Isacco, come Abramo venga a loro associato nel destino profetico che rivela quello del Cristo. Abramo, più di Abele e di Melchisedek, entra nel vivo del discorso eucaristico, e, in lui, il tema del sacrificio viene ampliato a suggestivi orizzonti: sufficientemente evocato nella scena sul monte Moria, è infatti significativamente preceduto dall’episodio di Mamre. 

Questa seconda scena, oltre a suggerire una valenza eucaristica, è innanzitutto da vedersi come motivo teologico importante, iconografia/iconologia decisamente antiariana, nel momento in cui si identifica nei tre angeli, la Trinità: «Tres vidit, unum adoravit», ma la visione di  Mamre è anche il momento fondamentale in cui inizia a realizzarsi, in Isacco, la discendenza attesa, numerosa «come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gn 22,17), non più legata al sangue, ma alla fede: «Sappiate dunque che i figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede» (Gal 3,7).

Questa dunque è una possibile chiave di lettura da cui partire: proprio il tema della discendenza si ricollega infatti al tema del sacrificio. Isacco è anticipazione di Cristo, di ciò che in pienezza di Spirito si compirà nell’Unigenito Figlio di Dio. Con Cristo sulla croce sarà l’inizio del nuovo popolo, nato dal costato squarciato, ed egli sarà, nella fede, primogenito di molti fratelli (Cf. Rm 8, 21). 

Si può affermare quindi che le immagini delle lunette al pari dei pannelli dei cortei imperiali ci immettono sempre più nel senso profondo della liturgia. Esse ci suggeriscono diverse modalità del sacrificio: da quella cultuale di Abele e Melchisedek, alla mensa ospitale imbandita da Abramo per i tre pellegrini, all’ara del sacrificio di Isacco. Sull’altare, che è il centro di tutto si pone la celebrazione dell’Eucarestia, culto reso a Dio, mensa certa e conviviale del vero cibo e della vera bevanda, ultimo sacrificio di Cristo che si dona sulla croce.

L’Agnello nella volta. 

Al centro della volta, sopra l’altare, come coronamento eterno della creazione e della redenzione, abbiamo l’Agnello, riconducibile anch’esso alla preghiera del Canone Romano 

Supplici, ti preghiamo, onnipotente Dio: comanda che essi siano portati dalle mani del santo tuo angelo sul tuo altare celeste, al cospetto della tua divina maestà, perché tutti noi, che da questa partecipazione all’altare riceviamo il sacrosanto corpo e sangue del tuo Figlio, siamo colmati di ogni benedizione celeste e grazia. Attraverso lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.

Don Giovanni Montanari in Mosaico, culto, cultura afferma: 

«Conformemente alle concezioni teologico liturgiche coeve, Massimiano ha rappresentato l’Agnello nell’offerta del sacrificio eterno della liturgia celeste apocalittica, cioè l’Agnello che è elevato ed offerto al Padre dai quattro arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele, Uriele. Gli arcangeli insistono sui quattro globi che, con trasformazione dei quattro punti cardinali della terra esprimono le quattro direzioni del mondo. Per dire in conformità con le più antiche preghiere liturgiche della chiesa primitiva che l’offerta dell’Agnello, quale salvezza e redenzione universale, è fatta non solo dai quattro angoli della terra, ma dai quattro confini del mondo. Le quattro vele della volta a crociera, intenzionalmente tutte una diversa dall’altra, trascendono i significati pagani delle quattro stagioni, per assurgere ad un senso spirituale di cosmologia biblica: ‘L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione. Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: A colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli’ (Ap 5, 12-13). Questa liturgia celeste formata dalla sostanza più alta della teologia biblica della creazione e della redenzione ha i suoi testimoni più autorevoli nei Profeti, negli Evangelisti e negli Apostoli».

L’Agnello «senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1, 19) straordinaria immagine dell’arte cristiana, è  circondato da una ghirlanda di frutti maturi che escono da due cesti e sorretto dai quattro arcangeli: è offerta piena al Padre portata sull’altare del cielo, perché scenda «ogni benedizione celeste e grazia». C’è un rinvio continuo dalla volta alla mensa. Chi partecipa a ciò che avviene sull’altare, dove si esprime la comunione con i santi e l’anticipo della realtà futura, trova realizzato iconicamente nei mosaici quello che si celebra e attraverso la visione, ne fa esperienza sensibile.

Negli spicchi della volta sono raffigurate numerose varietà di animali e piante segno di tutto il cosmo che, associato alla grande offerta sull’altare, viene, nel Cristo, ricapitolato e rinnovato. Al proposito va tenuta presente la formula eucaristica, per il pane, della Dottrina (Didachè) dei Dodici Apostoli (Siria, tra il I e II sec.): «Come questo (pane) spezzato, sparso sulle montagne e riunito è divenuto uno, così sia riunita la tua chiesa dalle estremità della terra nel tuo regno». 

Ora l’Agnello si trova immerso nel cielo stellato, spazio cosmico, splendente di ventisette stelle, quattordici d’oro e tredici d’argento. Sotto di lui, nell’arco ribassato absidale, è l’immagine della Gerusalemme celeste, della quale è Luce, Sole di salvezza che illumina: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap 21, 23). 

La «città santa» ci viene mostrata in una singolare rappresentazione; a destra e sinistra dell’arco sono infatti le immagini delle città di Gerusalemme e Betlemme.

Queste ci appaiono come la trasposizione iconografica del testo di Apocalisse: «Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose» (Ap 21, 18-19a ) e allo stesso tempo, iconologicamente, ci si palesa come essa non sia altro che l’unione di queste due città terrene, quella dei giudei e quella dei gentili. 

Inoltre, la fusione diventa ancor più ricca di significato e impreziosisce il tema di fondo dell’offerta eucaristica:  la città «che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21, 2) è la sintesi delle due città in cui il Cristo si è donato, Betlemme nel mistero della sua Incarnazione ed Epifania, manifestazione alle genti; Gerusalemme la città della Passione, Morte e Resurrezione per il suo popolo.

Il Cristo dell’abside.  

La grande preghiera di offerta, nella rappresentazione musiva di San Vitale, inizia quindi con la processione dei quadri imperiali, si esplicita nelle offerte presentate da Abele, Melchisedek e Abramo, culmina nell’Agnello offerto e trova la sua verità più profonda nel Cristo dell’abside.

Qui ci appare giovane e glorioso, immerso in un cielo d’oro; ai suoi piedi il giardino del paradiso e i quattro fiumi che da Lui sembrano sgorgare: «Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva  e formava quattro corsi» (Gn 2, 10). 

Lo contempliamo vittorioso sugli inferi, a figura intera, «imperatore eterno – scrive don Giovani Montanari-, legislatore divino, sinergia trascendente di sapienza e potenza, rappresentato eterno giovane sbarbato», e «siede sul globo come trono di gloria». Egli è il Signore della storia, il Verbo eterno che è fin dal principio presso Dio (Cf. Gv 1, 2), «generato non fatto, consostanziale al Padre». La sua tunica è color porpora, simbolo di regalità sulla quale scende la stola sacerdotale. Lui è la Vita, via che conduce al Padre. È Lui che con il suo «sangue prezioso, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1, 18-19) ci ha liberato, riscattando «per Dio uomini di ogni tribù lingua, popolo e nazione e li ha costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra» (Ap 5, 9-10). 

Il Cristo appare come re dell’universo circondato dalla sua corte celeste, con gli arcangeli Michele e Gabriele, con San Vitale raffigurato nell’atto di ricevere la corona della gloria ed Ecclesio che offre la Basilica. Nella mano sinistra, come scettro, tiene il rotolo dai sette sigilli perché lui è l’Agnello immolato e per questo degno di «prendere il libro e di aprirne i sigilli» (Ap 5, 9). 

Il Cristo sta in un luogo di vita, nel giardino dell’Eden, paradiso glorioso della Resurrezione (Cf. Gv 20,15), rigoglioso di frutti e di fiori, immagine evocativa che partendo dall’abside abbraccia e avvolge le pareti e la volta, come orizzonte ultimo di senso: «lo stupore del cristiano – scrive Padre Innocenzo Gargano – che entra nello spazio della celebrazione liturgica è parallelo allo stupore di Adamo nel paradiso terrestre. Come nell’Eden Adamo ammirava il mondo e si stupiva della funzionalità e armonia profonda di tutte le cose che gli erano intorno, così nel nuovo Eden, che è la Chiesa, l’uomo ammira pieno di stupore l’armonia profonda del mondo nuovo, della nuova creazione rinnovata da Cristo».

Chi entra in San Vitale celebra la grande liturgia eucaristica eco di quella che gli angeli celebrano in cielo, ed entra nella gloria di Dio al di là del peccato e della morte, esperienza dell’invisibile e dell’ineffabile, celebrazione della Chiesa e di tutto il creato dove ogni contraddizione tra il finito e l’infinito è soppressa: squarciato è il velo che separa il cielo e la terra.

La comunità radunata in preghiera partecipando alla lode dell’Agnello (Cf. Ap 5,9-10), diventa attualizzazione profetica della nuova Gerusalemme, dei cieli nuovi e della terra nuova annunciati da Apocalisse. 

Giovanni Gardini

Articolo pubblicato, comprensivo di note, in Il Sacrificio, Parola Spirito e Vita, quaderni di lettura biblica, n. 54, luglio-dicembre 2006, EDB.

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